Dipinto dotato di importante cornice in legno intagliato.

Antonio Zanchi, nato a Este, è uno dei protagonisti della pittura veneziana del secondo Seicento ed è tradizionalmente annoverato tra i “tenebrosi veneziani”, ossia quei pittori che, sulla scia del caravaggismo, sviluppano un linguaggio fondato su accentuati contrasti di luce e ombra e suun forte naturalismo. Trasferitosi giovanissimo a Venezia, Zanchi si forma alla scuola di Francesco Ruschi, pittore romano attivo in laguna, dal quale assimila l’impianto a forti chiaroscuri e la predilezione per le mezze figure drammaticamente illuminate. La sua attività, documentata da un importante corpus di pale d’altare e grandi cicli decorativi per chiese veneziane come Santa Maria del Giglio, si affianca a una produzione per committenza privata in cui emergono con frequenza soggetti di carattere filosofico e morale.
L’iconografia è riconducibile a Socrate che insegna ai giovani la conoscenza di sé ,soggetto che conobbe una limitata ma significativa fortuna in area veneta traSeicento e primo Settecento, come attestano versioni analoghe nelle collezionidel Castello Sforzesco e nella cerchia di Pietro della Vecchia, dove la figuradel filosofo invita i giovani a specchiarsi per avviare un esercizio diintrospezione.
Dal punto di vista stilistico l’opera si colloca nella fase matura dell’attività di Zanchi, tra lottavo e il nono decennio del Seicento, quando il pittore elabora un linguaggio ormai pienamente personale, segnato da una luce violenta che modella con decisione le forme e da un cromatismo acceso nei rossi, nei gialli e nei blu.